Approfondimento
Non c'è tempo nemmeno per desiderare: stress, quotidianità e desiderio sessuale
Perché il desiderio sessuale ha bisogno di spazio mentale e temporale, e come la programmazione può aiutare a crearlo.
«Non ho più voglia di fare sesso.»
È una frase che può comparire in molte coppie, soprattutto nei periodi in cui la vita sembra non lasciare spazio a nient'altro.
Lavoro, impegni, figli, responsabilità, scadenze, incombenze quotidiane. Le giornate possono essere così piene che, quando finalmente arriva la sera, l'unico desiderio rimasto è quello di dormire.
E il desiderio sessuale può risentirne.
Se la mente è sempre occupata
Il desiderio sessuale non vive in uno spazio separato dal resto della nostra vita.
Quando siamo sottoposti a stress, una parte importante delle nostre risorse cognitive viene impegnata nel gestire ciò che dobbiamo fare, ricordare, prevedere e risolvere. Anche il corpo può rimanere in uno stato di maggiore attivazione e vigilanza.
In queste condizioni, può diventare più difficile spostare l'attenzione verso le sensazioni, l'eccitazione e il piacere.
Gli studi condotti nella vita quotidiana mostrano proprio questa relazione: sia negli uomini sia nelle donne, livelli più elevati di stress soggettivo sono associati a una minore probabilità di sperimentare desiderio ed eccitazione sessuale nello stesso momento.
Il rapporto sembra inoltre essere bidirezionale: l'attività sessuale e il desiderio possono essere seguiti da una riduzione dello stress. Il sesso, quindi, non è soltanto qualcosa che richiede risorse quando siamo già sotto pressione; può anche diventare un'esperienza associata al recupero e alla regolazione dello stress.
Il problema della distrazione
Lo stress non agisce necessariamente spegnendo direttamente il desiderio.
Può farlo anche occupando la mente.
Uno studio sullo stress cronico nelle donne ha mostrato che livelli elevati di stress erano associati a una minore eccitazione genitale e a una maggiore distrazione durante l'esposizione a stimoli erotici. La distrazione cognitiva era, tra le variabili considerate, il principale predittore della riduzione dell'eccitazione genitale.
È facile riconoscere il meccanismo nella vita quotidiana.
Il corpo è a letto, ma la mente è ancora al lavoro.
Si pensa a quello che bisogna fare il giorno dopo, a una conversazione avuta durante la giornata, alle scadenze, alla spesa, ai figli, alle email rimaste senza risposta.
In queste condizioni, il problema può essere semplicemente che non siamo mai arrivati davvero nello spazio mentale necessario per accorgerci del desiderio.
Il desiderio non arriva sempre prima
C'è poi un'altra idea che può creare difficoltà: quella secondo cui per fare sesso dovremmo prima avere voglia di farlo.
Questa concezione descrive bene una parte dell'esperienza sessuale, ma non tutta.
I modelli contemporanei della risposta sessuale, a partire dal modello di Basson, hanno sottolineato come il desiderio possa essere anche responsivo: può emergere nel corso dell'interazione, in risposta alla vicinanza, alle sensazioni corporee, alla stimolazione, all'eccitazione o al contesto erotico. Studi più recenti hanno continuato a esaminare questa relazione tra eccitazione e desiderio responsivo, anche nelle donne con difficoltà di interesse o eccitazione sessuale.
Questo cambia una domanda importante.
Invece di chiedersi soltanto:
«Ho già voglia di fare sesso?»
può essere utile chiedersi:
«C'è uno spazio in cui il desiderio può comparire?»
La spontaneità diventa un'aspettativa
Nelle relazioni di lunga durata, il desiderio viene spesso confrontato con un ideale di spontaneità: dovrebbe comparire all'improvviso, nel momento giusto, senza essere cercato né programmato.
Ma la vita quotidiana raramente funziona così.
Quando entrambi i partner hanno giornate piene, aspettare che il desiderio compaia spontaneamente può significare aspettare che si verifichi una combinazione molto particolare di tempo, energia, privacy e disponibilità mentale.
E quella combinazione potrebbe presentarsi molto raramente.
La ricerca sulle convinzioni relative al sesso spontaneo e programmato mostra proprio quanto sia importante il significato che attribuiamo alla programmazione. In alcuni studi, le persone tendevano a considerare il sesso spontaneo più soddisfacente, ma la percezione del sesso programmato non era associata a una minore soddisfazione nella vita quotidiana.
Programmare il sesso può creare spazio per il desiderio
Programmare un momento per l'intimità può sembrare l'opposto del desiderio.
In realtà, può essere semplicemente un modo per proteggere uno spazio che altrimenti verrebbe occupato da tutto il resto.
Non significa stabilire che alle 22:00 si debba necessariamente avere un rapporto sessuale.
Significa creare le condizioni perché quella sera ci sia tempo per stare insieme, rallentare, toccarsi, parlare, giocare, esplorare e vedere che cosa emerge.
La programmazione può quindi riguardare soprattutto il tempo e lo spazio, non l'esito.
Una recente ricerca sperimentale su genitori con bambini piccoli ha mostrato che modificare le convinzioni negative sul sesso programmato e incoraggiare le coppie a pianificare l'attività sessuale ha portato, dopo due settimane, a una maggiore frequenza di sesso programmato e di attività sessuale complessiva, oltre che a livelli più elevati di desiderio rispetto al gruppo di controllo.
Anche la European Society for Sexual Medicine ha sottolineato, nella propria posizione sulla discrepanza del desiderio, l'utilità di creare intenzionalmente occasioni di intimità, superando l'idea che sia necessario aspettare che il desiderio emerga spontaneamente.
Ritrovare uno spazio erotico
Forse, quindi, quando una persona dice di non avere più desiderio, la domanda non dovrebbe essere soltanto quanto desiderio c'è.
Potremmo chiederci anche quanto spazio esiste, nella sua vita, per accorgersene.
Il desiderio ha bisogno di attenzione, tempo, stimoli e possibilità di lasciarsi coinvolgere. In una quotidianità dominata dalla fretta, può semplicemente non trovare le condizioni per emergere.
A volte, allora, programmare un momento per l'intimità non significa programmare il desiderio.
Significa creargli uno spazio.
E quello spazio può essere proprio ciò che permette al desiderio di tornare a comparire.
Riferimenti
- Basson, R. (2000). The female sexual response: A different model. Journal of Sex & Marital Therapy, 26(1), 51–65. https://doi.org/10.1080/009262300278641 DOI
- Hamilton, L. D., & Meston, C. M. (2013). Chronic stress and sexual function in women. The Journal of Sexual Medicine, 10(10), 2443–2454. https://doi.org/10.1111/jsm.12249 DOI
- Girouard, A., Bergeron, S., Huberman, J. S., & Rosen, N. O. (2025). Daily perceived stress and sexual health in couples with sexual interest/arousal disorder. International Journal of Clinical and Health Psychology, 25(2), 100582. https://doi.org/10.1016/j.ijchp.2025.100582 DOI